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FAQ

PROTESI
Si possono fare le corone senza metallo?

Le corone in ceramica integrale sono costituite interamente in ceramica senza alcuna parte di metallo. Queste corone hanno un aspetto più naturale rispetto alle corone tradizionali in oro-ceramica. Le corone in ceramica integrale sono state introdotte più recentemente rispetto quelle in oro-ceramica; inizialmente potevano essere utilizzate solo in alcuni casi selezionati a causa della loro ridotta resistenza ai carichi masticatori. Nell’ultimo decennio, i materiali ceramici hanno subito un importante sviluppo e sono stati introdotti sistemi d’ultima generazione che possono essere utilizzati per il rivestimento di denti naturali singoli e la realizzazione di ponti; tale sviluppo, ha consentito l’utilizzo di queste ceramiche anche per la realizzazione di corone su impianti.

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Cosa sono le faccette?
Le faccette in porcellana sono sottili lamine in ceramica o in composito che vengono applicate e cementate sulla superficie esterna dei denti anteriori. Le principali indicazioni delle faccette sono: denti fratturati, aumentati spazi tra i denti (diastemi), denti con alterazioni del colore (discromie) e della forma (conoidi, ecc.).
 
Grazie all’utilizzo di questa tecnica oggi siamo in grado di risolvere gravi inestetismi dei denti anteriori utilizzando una procedura molto conservativa rispetto alle corone. Lo spessore medio di tali manufatti è circa 0.5-0.7 mm. La preparazione deve essere mantenuta a livello della porzione piu’ superficiale del dente. La presenza dello smalto consente un’adesione ottimale delle faccette al dente.
 
I denti presentavano:
  1. Vecchi restauri incongrui
  2.  Colorazione scura non gradita alla paziente
  3. Retrazione gengivale, con gengiva gonfia e arrossata.
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IMPLANTOLOGIA
Si può fare l’impianto subito dopo aver fatto l’estrazione?
In generale l’impianto post-estrattivo è possibile e comporta sicuramente dei vantaggi per il paziente riducendo sia il numero delle sedute che i tempi di trattamento.
 
Esistono però delle condizioni che rendono possibile questa scelta e che sono legate alla tipologia del dente che viene estratto (mono o pluriradicolato), alle condizioni dell’alveolo (sito osseo nel quale sono contenuti i denti) post-estrattivo e a situazioni legate alla quantità e qualità dell’osso circostante l’alveolo. In particolare è necessario che l’alveolo sia privo di condizioni patologiche (infezioni, deiscenze ossee, ecc.) che possano sfavorire il processo di osteointegrazione. Inoltre la presenza di alveoli molto ampi (come per i molari) o di infezioni pregresse (come granulomi) possono controindicare il posizionamento di un impianto immediatamente dopo l’estrazione, poiché tutto ciò comporterebbe un rischio aumentato di insuccesso.
 
L’utilizzo di nuove superfici biologicamente attive, di forme implantari biomeccanicamente più performanti e l’introduzione di tecniche chirurgiche meno invasive, permette oggi di utilizzare l’impianto post-estrattivo in misura maggiore rispetto al passato anche se nel rispetto dei limiti biologici precedentemente elencati. In conclusione la possibilità di eseguire un impianto post-estrattivo deve essere fatta caso per caso valutando i rischi ed i benefici e scegliendo quella modalità che assicura in ogni caso le migliori possibilità di successo
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Si può mettere la protesi provvisoria nella stessa seduta in cui si mette l’impianto?

In linea di massima è preferibile posizionare una corona protesica (provvisoria o definitiva) sull’impianto ad osteointegrazione avvenuta. Ciò richiede che la vite implantare resti a riposare nel sito implantare dai tre ai sei mesi senza carico per avere una perfetta osteointegrazione. Ciò nonostante esistono condizioni particolari che possono presentare le condizioni ideali per poter utilizzare immediatamente l’impianto appena inserito. Schematicamente e senza la pretesa di essere esaustivi si possono evidenziare due situazioni ben definite: la sostituzione di un dente singolo in zona anteriore e la sostituzione di tutti i denti di una intera arcata. Nel primo caso inserendo l’impianto e ottenendo un’adeguata stabilità si può inserire una corona provvisoria evitando che questa sia in contatto con i denti dell’arcata opposta. In questo caso la corona avrà solo fini estetici e non funzionali. Nel secondo caso, quando siano da sostituire tutti i denti di una arcata si possono inserire un numero adeguato di impianti (da 6 a 8 impianti per arcata) e nel giro di 24-48 ore inserire un provvisorio fissato sugli impianti. Anche in questo sarà necessario utilizzare una dieta morbida per almeno 4 settimane al fine di evitare problemi di integrazione impiantare. Ovviamente valutando accuratamente caso per caso i clinici saranno in grado definire le indicazioni o le controindicazioni a questo tipo di trattamento.

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Se non ho osso sufficiente per mettere gli impianti, quali alternative ho?
Uno dei limiti alla esecuzione di un impianto osteointegrato è la mancanza di osso (alveolare) come conseguenza di estrazioni dentarie traumatiche, per effetto della perdita di denti causata dalla malattia parodontale o per il riassorbimento osseo dovuto a protesi mobili incongrue. Questo limite è oggi più o meno superabile, ed i casi in cui non sia possibile inserire un impianto sono sempre più rari. Le soluzioni che possono essere adottate sono molteplici e dipendono dalla situazione clinica e dai risultati di altre indagini strumentali, come la radiografia tridimensionale delle ossa mandibolari o mascellari (MAXISCAN).
Nei casi in cui i difetti ossei siano estesi talmente tanto da impedire il posizionamento degli impianti, si dovrà provvedere ad eseguire interventi di “aumento di volume osseo” che saranno effettuati con diverse tecniche chirurgiche a secondo del tipo di difetto (verticale od orizzontale) e della valutazione dei parametri generali (stato generale di salute, età del paziente) e locali (posizione del difetto).
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Cosa sono e come funzionano gli impianti?
Gli impianti dentari sono delle viti in titanio che vengono posizionate nelle ossa mascellari e che fungono da sostegno per la ricostruzione protesica. In pratica gli impianti sostituiscono le radici dei denti che sono stati estratti.
Contrariamente a quanto spesso viene detto gli impianti osteointegrati non sono soggetti a rigetto. Infatti il materiale da cui sono costituiti, il titanio, rappresenta un materiale assolutamente biocompatibile che, cioè, viene riconosciuto dal nostro organismo come elemento naturale. Il principio biologico su cui si basa il successo degli impianti è la cosiddetta osteointegrazione.
 
Questa caratteristica rende gli impianti virtualmente immobili e capaci di sostituire denti perduti.
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Sono un candidato per gli impianti?

Per saper se si hanno i requisiti per poter ricevere impianti è necessario consultare un parodontologo o un odontoiatra esperto in implantologia. Spesso un esame clinico tradizionale e la esecuzione di una radiografia panoramica delle arcate dentarie non sono sufficienti per stabilire la possibilità o meno di intervenire con impianti. In questi casi esami più sofisticati, come la TAC, possono fornire informazioni sullo stato delle ossa mascellari. In generale pazienti totalmente edentuli o che abbiano perso uno o più elementi dentari e che siano in buone condizioni fisiche generali possono candidarsi ad una riabilitazione protesica con impianti osteointegrati.

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Chi può usufruire degli impianti?

Non tutti i pazienti possono essere candidati agli impianti. Le moderne tecniche chirurgiche di rigenerazione ossea hanno drasticamente ridotto il numero di coloro che non possono ricevere impianti osteointegrati. Fattori che rappresentano controindicazioni a questo trattamento sono malattie sistemiche come il diabete scompensato, malattie cardiovascolari importanti, malattie del sangue e della coagulazione, osteoporosi grave, fumo di sigaretta in forte quantità. Particolarmente il fumo di sigaretta da solo è in grado di raddoppiare il numero dei fallimenti. Inoltre pazienti con una scarsa predisposizione alla igiene orale domiciliare o poco motivati non possono essere considerati buoni candidati a questa forma di riabilitazione.

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Che successo hanno e quanto durano gli impianti?
Studi di oltre 20 anni, effettuati in Svezia e negli Stati Uniti, hanno dimostrato che gli impianti (link impla) sono una terapia di grande affidabilità avendo un successo compreso tra l’85 ed il 95%. Questo dato è ancora più significativo se viene paragonato alle altre terapie che mediamente non riescono a raggiungere tali risultati. Anche se in numero limitato, esistono però dei fallimenti. Il fallimento avviene in una piccola percentuale di casi che varia a seconda della sede anatomica e del paziente. I fallimenti degli impianti possono essere divisi in due grandi categorie: fallimenti chirurgici (precoci) e fallimenti tardivi. Le cause dei fallimenti chirurgici possono essere un eccessivo trauma chirurgico, una infezione precoce del sito implantare, la presenza di condizioni anatomiche sfavorevoli (scarsa qualità e quantità di osso), malattie sistemiche (Diabete non controllato) e alcune abitudini del paziente come il fumo di sigaretta, il consumo di alcool o di droghe.
 
I fallimenti tardivi possono essere causati da sovraccarico occlusale (ovvero contatti traumatici fra le due arcate dentarie, bruxismo o serramento), sviluppo di infezioni croniche simili alla parodontopatia dette peri-implantiti, inadeguato mantenimento igienico da parte del paziente e condizioni anatomiche sfavorevoli come scarsa qualità delle ossa alveolari.
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Come vengono inseriti e restaurati gli impianti ?
Sono necessarie due fasi per l’utilizzo degli impianti.
La prima è detta fase chirurgica e consiste nella inserzione degli impianti stessi all’interno delle ossa mascellari. Dopo un periodo di guarigione che può variare da 3 a 6 mesi, avviene la osteointegrazione vera e propria. Una volta ottenuta l’osteointegrazione e guarita la gengiva intorno all’impianto, è possibile per il protesista prendere impronte e trattare gli impianti analogamente alle radici dei denti naturali. Dunque la fase protesica che conclude a terapia con la inserzione dei manufatti protesici indicati per quel tipo di paziente.
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ORTODONZIA
È vero che oggi si può fare ortodonzia senza l’apparecchio visibile sui denti?

Sì, è vero. È una tecnica che prevede l’impiego di mascherine trasparenti sequenziali che vengono applicate sui denti risultando invisibili. Sono strutturate in maniera da portare l’ informazione degli spostamenti dentali da attuare, ed usate secondo una sequenza prestabilita provocano gli spostamenti dentali che nelle tecniche tradizionali vengono effettuati con il filo e le placchette metalliche (brackets e bande) applicate sui denti.

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Qual è il momento giusto per iniziare un trattamento ortodontico nel bambino?
Dipende dalla gravità del problema.
Si tende a trattare precocemente, verso i 4/5 anni di età, le malocclusioni in cui è presente un difetto scheletrico che può aggravarsi con la crescita. Richiede un trattamento precoce il morso crociato che causa una deviazione della mandibola o una 3ª classe (il mento prominente). Gli interventi precoci sulla forma e posizione delle ossa mascellari consentono una crescita più armonica del complesso cranio-facciale.
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A che età si deve portare un bambino a visita dall’ortodontista?

Intorno ai 5 anni di età è consigliabile far fare una prima visita dall’ortodontista.

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Il trattamento ortodontico è doloroso?

No. Può esserci qualche fastidio i giorni successivi all’applicazione dell’apparecchio o alla sua attivazione. Si tratta di dolenzie dovute agli spostamenti dentali e alle irritazioni della mucosa dovute ai decubiti dell’apparecchio. Nel giro di pochi giorni tali fastidi andranno ad attenuarsi fino a scomparire.

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Ci si può sottoporre al trattamento ortodontico in età adulta?

Si, è possibile sottoporsi al trattamento ortodontico a qualunque età, a condizione che non ci siano problemi parodontali in atto.

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IGIENE
Quante volte all’anno devo fare la pulizia dei denti?

La normale seduta di detartrasi che si effettua periodicamente dal dentista serve ad eliminare la placca e soprattutto il tartaro che si deposita sui denti che è impossibile eliminare con le normali manovre di igiene orale domestica. La rapidità con la quale il tartaro si deposita sui denti è variabile, e dipende da una serie di fattori che sono connessi alla frequenza e alla qualità dell’igiene orale domiciliare, all’alimentazione, alla qualità della saliva, alla qualità della flora batterica orale ecc. Questo determina l’ impossibilità a stabilire con esattezza la frequenza dei richiami d’igiene orale. Normalmente in assenza di condizioni particolarmente sfavorevoli è sufficiente fare un mantenimento igienico professionale una volta ogni sei mesi. Questi tempi si possono addirittura dimezzare (ogni tre mesi) in presenza di pazienti parodontopatici, in trattamento chirurgico o con particolari condizioni di salute generale o locale. Al contrario in presenza di situazioni particolarmente favorevoli, con pazienti che effettuano un’ottima igiene domiciliare e presentano una refrattarietà all’accumulo di tartaro i tempi di richiamo possono essere dilatati fino ad otto / dodici mesi.

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ENDODONZIA
Quando è necessaria una terapia canalare (devitalizzazione)?
Se il dente si caria profondamente, si frattura o se sopraggiungono fattori che danneggiano la polpa essa può diventare molto più sensibile ai normali stimoli, o addirittura dare dolore spontaneo. In tal caso la polpa si è infiammata. L’infiammazione della polpa prende il nome di pulpite.
 
La pulpite è uno stato irreversibile, per cui si rende necessaria la terapia canalare. La pulpite allo stato iniziale può provocare solo una maggiore sensibilità del dente, e successivamente evolvere più o meno rapidamente causando dolore vero e proprio. La pulpite acuta è quindi caratterizzata da forti dolori talora resistenti ai comuni antidolorifici. Successivamente la fase acuta può causare la necrosi pulpare (termine che indica la degenerazione e decomposizione di tessuti biologici) che anche se indolore può promuovere infezioni e di conseguenza la formazione di granulomi intorno all’apice del dente.
In questi casi la terapia canalare è necessaria per evitare che la situazione evolva dando esiti più gravi come ascessi o cisti.
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Cosa è la diga?
La diga è uno strumento indispensabile per ottenere il successo endodontico.
 

Essa è un leggero foglio di gomma ipoallergica piacevolmente aromatizzato che ha numerosi vantaggi:

 
  1. Protezione del paziente dall’ingestione o dall’inalazione di strumenti, frammenti dentali, liquidi di lavaggio canalare, sostanze irritanti.
  2. Possibilità di operare in un campo assolutamente decontaminato.
  3. Retrazione e protezione dei tessuti molli (gengive, labbra, guance, lingua).
  4. Migliore visibilità dell’area di lavoro.
  5. Comfort per il paziente che non sente la bocca invasa da mani, strumenti e liquidi.
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A cosa serve il microscopio dal dentista?
Negli ultimi anni l’uso del microscopio in odontoiatria è andato gradualmente aumentando pur restando uno strumento utilizzato ancora da una ristretta minoranza di dentisti.  Il microscopio, da non confondere con i magnificatori, che si applicano come degli occhiali, consente di ingrandire il dente e le parti interne (camera pulpare, canali, ecc.) utilizzando oltretutto una sorgente luminosa molto forte e direzionale che amplifica la capacità dell’operatore soprattutto nei casi in cui la possibilità di vedere è ridotta. 1Trova largo uso in endodonzia, per rimuovere strumenti fratturati o vecchi perni, trovare canali calcificati o nascosti, riparare perforazioni accidentali della camera pulpare e delle radici, utilizzare materiali particolari (MTA) per fare apicectomie e sigillare apici molto larghi come avviene ad esempio nei traumatismi dei bambini o degli adolescenti.
 
 
Può trovare utilizzo anche in estetica per la rifinitura dei margini e delle preparazioni protesiche, in chirurgia per il recupero di frammenti di dente da siti particolarmente complessi, ed in altre situazioni in cui è richiesta la necessità di ingrandire per potere operare. Non ultimo anche nella diagnosi precoce di microfratture dei denti spesso invisibili ad occhio nudo.
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Si possono recuperare denti gravemente danneggiati?

Con l’impiego del microscopio in odontoiatria è oggi possibile recuperare situazioni gravemente compromesse che altrimenti richiederebbero l’eliminazione del dente. Infezioni dentali, perforazioni della camera pulpare e delle radici, rimozione di perni e strumenti di lavoro fratturati nei canali, sono tutte situazioni che si presentano all’osservazione del clinico che oggi è possibile affrontare grazie all’uso delle moderne tecnologie. Ciò non toglie che vi siano situazione nelle quali la possibilità di mantenere il dente risulti comunque estremamente complessa e, alla prova del tempo instabile (cfr. accanimento terapeutico). In questi casi, malgrado si disponga dei mezzi per poter operare per il mantenimento del dente, si deve più giustamente optare per tecniche , quali quelle implantari, che risultino più facili nell’esecuzione e stabili a lungo termine.

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Quando sono molto distrutti è meglio recuperare i propri denti, o estrarli e sostituirli con un impianto?

Con l’introduzione degli impianti nella normale pratica odontoiatrica, oggi si guarda con un atteggiamento più consapevole a quello che può essere il mantenimento o l’eliminazione dei denti. In linea di principio, in odontoiatria si è portati a recuperare i denti fino al punto in cui le terapie che servono per mantenerli non diventino troppo indaginose e poco affidabili, soprattutto se si ha a disposizione tecniche e mezzi che più semplicemente portino al successo a lungo termine (cfr. accanimento terapeutico).
Il sacrificio del dente in questo caso è giustificato da una tecnica che assicuri una minore difficoltà esecutiva ed una maggiore garanzia di durata nel tempo.
Il problema principale è sempre concentrato nella valutazione iniziale e nella successiva diagnosi, che devono guidare il clinico ed il paziente verso la soluzione ottimale.
Per una corretta valutazione bisogna comunque poter fornire al paziente sempre la possibilità di effettuare sia terapie volte a mantenere, che a sostituire i denti senza privilegiare scelte dettate da competenze specifiche (gli implantologi faranno sempre e comunque impianti, parodontologi ed endodontisti al contrario manterranno i denti anche in casi limite).
Ad ogni modo è importante sapere che sia tecniche conservative e riparative, sia quelle sostitutive garantiscono oggi standard qualitativi elevati.

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CONSERVATIVA
Devo sostituire le mie vecchie otturazioni metalliche?

Il trattamento conservativo per eccellenza è l’otturazione che fino a qualche anno fa veniva effettuata prevalentemente con amalgama d’argento. L’amalgama è un materiale metallico, a base di mercurio, che risalta per il colore grigio, negli ultimi anni al centro dell’attenzione per la sua presunta tossicità.
La tossicità dell’amalgama è tuttora un fatto da dimostrare e, l’allarmismo creato intorno a questo materiale, in uso ormai da quasi un secolo, è eccessivo.
Il reale problema è piuttosto il potere inquinante dei rifiuti dei composti mercuriali, non solo dell’amalgama, ma di tutti i preparati o strumenti contenenti mercurio.
Il vero limite dell’amalgama è semmai estetico. È questo il motivo principale per il quale è ormai andata in disuso sostituita da materiali con caratteristiche estetiche migliori.

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Quali sono i rischi dello sbiancamento?

Il trattamento conservativo per eccellenza è l’otturazione che fino a qualche anno fa veniva effettuata prevalentemente con amalgama d’argento. L’amalgama è un materiale metallico, a base di mercurio, che risalta per il colore grigio, negli ultimi anni al centro dell’attenzione per la sua presunta tossicità.
I rischi di un trattamento professionale ben eseguito sono praticamente nulli, sia l’ipersensibilità che l’irritazione gengivale, potenziali effetti collaterali, si annullano attenendosi scrupolosamente ai protocolli indicati, e comunque, nel caso dovessero verificarsi, sono in genere minimi e transitori.
Uno studio accurato ha rilevato la sicurezza dei trattamenti sbiancanti effettuati con prodotti a base di perossidi per i tessuti duri dei denti, sia in condizioni d’uso corretto sia in casi di uso esagerato.
Le misurazioni effettuate prima e dopo il trattamento sbiancante non hanno evidenziato effetti sulla durezza di superficie dello smalto, e neppure alterazioni della sua struttura prismatica superficiale e sottosuperficiale.
Queste evidenze scientifiche confermano ciò che è nella coscienza dei dentisti esperti, cioè che i trattamenti sbiancanti sono sicuri, veloci ed efficaci, purché effettuati secondo le loro prescrizioni, con le loro tecniche e sotto la loro supervisione.

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PARODONTOLOGIA
Che cosa è la malattia parodontale?

Un tempo conosciuta con il nome di “Piorrea”, la malattia parodontale rappresenta oggi una delle cause più importanti della perdita dei denti.
Essa è costituita da un complesso di malattie che, in forme diverse, possono colpire ogni fascia di età. La forma più frequente colpisce nell’ età compresa tra i 35 ed i 60 anni.
Il termine parodontopatia indica una malattia che interessa i tessuti di supporto dei denti: il legamento parodontale, il cemento radicolare e l’osso alveolare. A queste tre strutture si deve aggiungere la gengiva che rappresenta il cosiddetto parodonto superficiale.
La parodontopatia è una malattia cronica e come tale non può essere eliminata in modo definitivo ma, può e deve essere curata.

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Quali sono le cause della malattia parodontale?

La causa principale è la placca batterica. La placca rappresenta l’insieme dei batteri che albergano naturalmente nel cavo orale.
Non tutte le oltre 300 specie microbiche presenti nella bocca provocano malattie parodontali ma, solamente alcune di queste specie sono considerate patogene. Affinché alcuni batteri provochino lo sviluppo della parodontopatia, è necessario che si verifichino determinate condizioni.
Prima fra tutte il paziente deve essere predisposto o suscettibile.
Oltre al fattore genetico altre condizioni o comportamenti possono favorire o aggravare la malattia parodontale. Tali fattori sono ad esempio la scarsa igiene orale, il tartaro sopra e sottogengivale, il diabete, il fumo di sigaretta e la presenza di parafunzioni come il digrignamento ed il serramento dei denti durante la notte.

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Come riconoscere la malattia parodontale?

Le malattie parodontali, diversamente da altre patologie del cavo orale come carie, afte ecc., sono prevalentemente asintomatiche. Vi sono però dei segni caratteristici che devono fare insospettire il paziente: il sanguinamento delle gengive durante lo spazzolamento, la scopertura dei colletti dentali (recessioni), la presenza di gonfiore a livello del margine gengivale, la persistenza di alito cattivo, la ipersensibilità dentale agli sbalzi di temperatura, la presenza di ascessi ed infine la mobilità di alcuni elementi dentari. Se uno o più di questi segni sono presenti è necessario consultare uno specialista in parodontologia per un accurato esame della bocca.

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Come si curano le malattie parodontali?

Nonostante la ricerca in questo settore sia una delle più attive nell’ambito delle scienze biomediche, ancora oggi il fondamento della terapia parodontale si basa sulla eliminazione meccanica della placca batterica. Lo scopo ultimo della terapia è quello di rendere il cavo orale sano e facilmente mantenibile attraverso la semplice igiene domiciliare. Possiamo individuare varie fasi e livelli di terapia.
Una prima fase, detta terapia iniziale, riguarda tutti i pazienti che si presentano alla osservazione. Consiste nella pulizia e lucidatura delle superfici dentali e nell’ apprendimento delle corrette norme di igiene orale. Questa fase può essere sufficiente nei soggetti che presentano infiammazioni lievi come gengiviti. Nel caso ci si trovi di fronte a malattie parodontali moderate o severe, questa fase verrà seguita da una pulizia più profonda detta levigatura radicolare.
Il terzo livello di intervento è la eliminazione per via chirurgica delle tasche e dei difetti ossei che non possono essere trattati in altro modo. Anche in questo caso abbiamo a disposizione diverse soluzioni. A seconda delle indicazioni sarà possibile effettuare una terapia chirurgica rigenerativa, cioè in grado di recuperare in tutto o in parte il tessuto distrutto dalla malattia, o una terapia chirurgica resettiva che tende ad eliminare radicalmente le tasche ed i difetti presenti.
Il quarto livello di intervento è rappresentato dalla terapia di supporto o mantenimento. Questa fase è fra tutte la più importante e delicata. La mancata adesione alle norme di igiene domiciliare e una incostante presenza ai controlli possono essere causa della ricorrenza della malattia con conseguenze gravi per il mantenimento di elementi compromessi.
Elemento fondamentale nel trattamento parodontale è la presenza della figura della igienista dentale. L’igienista rappresenta il principale coordinamento tra paziente e parodontologo e svolge attivamente.

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